Incipit Zarathustra

Qui si separano le vie degli uomini: se desideri la pace dell'anima e la felicità, allora credi; se desideri la verità per guida, ebbene, cerca.

La persona stupida è il tipo di persona più pericolosa che esista

Vivere in Italia non è facile. Guardare il telegiornale quotidianamente è molto difficile. Stare su Facebook e leggere le cose che scrivono gli italiani opinionisti politici è istigazione al suicidio.

Da tempo ormai ho smesso di leggere le opinioni politiche dei giornalisti. Sono un mix letale di moralismo, sfacciata adulazione e trovate sensazionalistiche. Se non fosse per il fatto che il Vaticano ha smesso di esercitare il suo potere universale, non sarebbe difficile collocare l’Italia ancora nell’età medievale. Adulatori alla corte del principe, Savonarola in piazza, voltagabbana ovunque. “Decadenza since 1492” è il marchio DOC che ci appartiene. Ma, nel caso stiate pensando che questo sia già il peggio, non disperate.

A complicare la situazione sono sempre i social network. Disgraziatamente sono l’unica cosa davvero democratica al mondo: tutti si possono iscrivere, tutti possono dire la loro opinione (quasi) senza limiti, tutti possono fare finta informazione. Il problema è quando il social network incontra la politica: la demagogia e il qualunquismo sfrenato si unisce all’arte di governare. Si capisce bene che siamo di fronte ad una bomba ad orologeria.
Se su Facebook sei obbligato a starci perché le persone che conosci non vogliono più spendere soldi con gli SMS o perché rischi di ritrovarti scritto in fronte l’appellativo di “reietto della società”, il male di vivere è garantito.

Come diceva Carlo Cipolla, l’unico genio italiano del Novecento (che infatti è morto nell’ombra dell’indifferenza generale), gli stupidi sono ovunque, anche fra le persone insospettabili e non è possibile stabilire una percentuale di essi, perché qualsiasi numero sarà sempre troppo piccolo rispetto a quello reale. Questa conclusione da sola vale il Premio Nobel, purtroppo però vanno di moda solo le cose politically correct.

Questa percentuale sterminata è iscritta a Facebook (e sì, lo sono anche io) e commenta gli avvenimenti politici italiani. Commentano tutti, ma a nessuno viene il dubbio di scrivere idiozie, nessuno controlla le fonti e, ahimè, nessuno si vergogna di mostrare la sua ignoranza ortografica e grammaticale. Se un cervello arriva ad elaborare la frase “Se io sarei in Letta…” è ora di rivedere certe priorità. Un’opinione vale nel momento in cui dietro c’è un cervello pensante ad esprimerla. Se non vengono neanche dubbi sulla propria grammatica, non voglio pensare al resto.
Non vale la scusa che la grammatica non è indispensabile all’intelligenza. Non vale tirare fuori Einstein, lui è stato un esemplare unico e non credo si celino dei nuovi esemplari del genere dietro persone iscritte a Facebook che lanciano opinioni politiche random.

Allora di qui si capisce quanto mi crei problemi sentire, in un paese dove l’astensionismo è quasi al 25%, le persone che si lamentano che Renzi probabilmente diventerà il nuovo Presidente del Consiglio. Trovo assolutamente ridicolo scomodare i santissimi principi democratici per rivendicare di voler scegliere il proprio leader quando:

  • l’Italia è una Repubblica parlamentare. Sì, PARLAMENTARE. Quelle persone (discutibili o meno, non è questo il punto) che sono state scelte dall’elettorato sono i rappresentanti del popolo e potranno anche decidere di non dare fiducia al nuovo governo;
  • se il primo punto non fosse sufficientemente chiaro, ricordo inoltre, che a differenza degli Stati Uniti o della Francia, l’Italia NON è né una Repubblica presidenziale né semi-presidenziale e quindi, incredibilmente, il Primo Ministro non è una carica elettiva;
  • anche se non bastasse il punto secondo, la figura del Primo Ministro non è costituzionalmente rilevante e soprattutto non è neanche chiaramente definita. Le interpretazioni più diffuse sono quelle che affidano al primo ministro il ruolo di “primus inter pares”, ovvero esso è solo una sorta di coordinatore fra persone che ricoprono ruoli di grado gerarchico identico. Molto probabilmente il governo esprimerà ministri di diverse forze politiche (ad esclusione di quelle che volontariamente hanno deciso di non consultarsi con le altre);
  • la Costituzione della Repubblica Italiana ha solo 139 (centotrentanove) articoli, escludendo le disposizioni finali, il ché vi suggerisce che anche leggendo un articolo al giorno, non sprecherete neanche un anno di tempo per informarvi. Efficacia ed efficienza in un solo colpo.

Non voglio né promuovere né criticare le scelte che sono state fatte a livello politico. Non mi ritengo un’opinionista politica che possa esprimere affermazioni rilevanti.
Il discorso ricade, come sempre, sulle persone comuni, quelle che formano l’opinione pubblica che in Italia, come dicevo giusto in due post fa, è quasi come un mostro biblico: distrugge senza sapere perché lo fa, guidato da forze completamente irrazionali.

Quando si esprime la propria opinione bisogna sempre farlo in una posizione di informazione più completa possibile, perché non stiamo scegliendo fra stracciatella e pistacchio. Bisogna farlo in maniera corretta, rispettosa, profonda. Le parole dette con superficialità e demagogia fanno presa sulla parte irrazionale delle persone, ma sono vuote. Non è passato molto tempo dagli eventi che hanno segnato la prima parte del Novecento, eppure la gente sembra spesso dimenticare che semplificare la realtà, non fa altro che portare alla costruzione di pregiudizi insensati, se non addirittura pericolosi.
Una visione del mondo semplificata, distrugge la complessità, divide gli uomini in fazioni opposte che si danno battaglia fino a quando arrivano al punto di non capire neanche più perché lo fanno. La realtà si cristallizza in categorie unitarie e questo impedisce di andare oltre il proprio naso.

Usate internet per informarvi seriamente, cercando sempre le fonti di quello che leggete. E soprattutto ascoltate Carlo Cipolla che ci ha lasciato detto che tutti noi nella vita ci comporteremo almeno una volta in maniera stupida, perché capita, anche agli insospettabili.

Quello che dovremmo sempre fare sarebbe fermarsi e chiederci se quello che stiamo per dire è frutto di qualcosa di ragionato o un tentativo di ottenere approvazione sociale. E poi dirlo, assumendoci le nostre responsabilità.

Il terremoto è un “colpo di culo”

L’Italia e i suoi abitanti non finiscono mai di stupire. Quando credi di aver davvero visto il peggio, c’è sempre qualcosa a dirti che nel Bel Paese non c’è mai fine a niente. Non c’è mai fine ai reperti archeologici che trovi nel sottosuolo, non c’è mai fine alla demenzialità dei suoi abitanti e della sua classe politica.
Se su internet leggi che in Veneto vengono chiuse delle scuole causa sporcizia nessuno può biasimarti se credi che il peggio sia quello. E invece no.
Il giornale “Il Fatto Quotidiano” ha riportato in un articolo le parole pronunciate dall’assessore Ermanno Lisi. Riassumendo, il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 è stato un colpo di culo, almeno ti becchi gli appalti. Questo è per convincerci nella prassi che non esistono fatti, ma solo interpretazioni. E che interpretazioni.

Quello che mi ha lasciato a bocca aperta non è tanto la speculazione sulle disgrazie, perché quest’ultima è vecchia quanto il mondo. La cosa inquietante è che ci troviamo di fronte ad individui che passano la vita a fare i parassiti, pur non essendo in grado di farlo, individui assolutamente privi di furbizia ed eleganza.

Provate a dimenticare per un attimo di avere dei criteri morali, dimenticate che se uno fa i soldi truffando è malvagio e se invece uno li fa sudando in miniera è buono. Non è questo l’importante. Quello che conta davvero è che nella vita potrai anche fare il ladro, ma sarai un ladro che vale 0 o che vale 10? Se truffi, almeno lo fai da professionista?
Quello che sto dicendo non l’ho inventato io, ma l’ha scritto Vilfredo Pareto un bel po’ di decenni fa. Trovo che il suo pensiero, in questo caso, sia assolutamente pertinente. Nel “Trattato di sociologia generale” egli afferma:

Supponiamo che, in ogni ramo dell’umana attività, si assegni a ciascun individuo un indice che indichi la sua capacità, all’incirca come si danno i punti negli esami delle varie materie in una scuola. Per esempio, all’ottimo professionista, si darà 10, a quello a cui non riesce d’avere un cliente daremo 1 per poter dare 0 a chi è proprio cretino. A chi ha saputo guadagnare milioni, bene o male che sia, daremo 10, a chi guadagna le migliaia di lire daremo 6, a chi riesce appena a non morire di fame daremo 1, a chi sta in un ricovero di mendicità daremo 0. Alla donna politica che, come l’Aspasia di Pericle, la Maintenon di Luigi XIV, la Pompadour di Luigi VI, ha saputo cattivarsi un uomo potente ed ha parte nel governo che egli fa della cosa pubblica, daremo qualche numero alto come 8 o 9; alla sgualdrina che soddisfa solo i sensi di tali uomini e non opera per niente sulla cosa pubblica, daremo 0. Al valente scroccone che mette in mezzo la gente e sa sfuggire al codice penale, assegneremo 8, 9 o 10, secondo il numero dei gonzi che avrà saputo prendere nella rete e i denari che avrà saputo cavarne; al povero scrocconcello che ruba una posata al trattore e per giunta si fa agguantare dai carabinieri, daremo 1.

Che voto dare all’ex-assessore? Che voto dare ad uno che truffa gli altri, prendendoli in giro, uno che esulta per un terremoto e che poi alla fine si fa anche beccare ed intercettare? Io non avrei dubbi.

L’opinione pubblica italiana è un mostro biblico

La filosofia la trovo una materia affascinante, anche se il suo fascino scompare nel momento stesso in cui varca la soglia di una scuola, pubblica o privata che sia. Alle superiori mi venne inflitta dal terzo anno e io, tutta elettrizzata dalla novità, studiai solo i primi argomenti: la nascita della filosofia e i presocratici. Ho sempre trovato bizzarri (e al limite della psicosi) questi soggetti, che mi sono sempre immaginata come dei vagabondi, con le tuniche sporche, intenti a ragionare tutto il giorno per concludere infine che l’essenza di tutte le cose è l’acqua (o altri elementi vari).

Smisi subito di studiare in maniera sistematica il pensiero di ogni autore, ma non smisi mai di fare una cosa: studiare le biografie dei filosofi. Questo mi permise di tirare avanti fino al quinto anno, racimolando la mia bella media del 7 di filosofia senza neanche sapere cosa fosse l’io penso cartesiano. Ero fermamente convinta che dalle biografie dei filosofi (e lo stesso valeva per gli autori di letteratura italiana e latina) si capisse quasi tutto del loro pensiero, senza neanche pensare di leggere quel manuale gigantesco, che incuteva terrore già nel pronunciare il suo nome. “Il Reale”. Che roba inquietante, con tutto il rispetto per l’opera di Giovanni Reale.

Arrivò il turno di Friedrich Nietzsche che contribuì al fatto di farmi sentire un genio per la prima volta nella mia vita. All’inizio di “Al di là del bene e del male” scrisse “Poco per volta mi è venuto in chiaro che cosa è stata finora ogni grande filosofia: cioè il confessarsi del suo autore; e una specie di mémoires non volute e improvvise […].” Ancora oggi non so se mi sono appassionata alla filosofia di Nietzsche perché mi abbia fatto sentire un genio o perché sia realmente geniale.

In effetti, mettendo da parte il mio orgoglio, mi rendo conto che tutte le volte che ho a che fare con l’opinione pubblica italiana finisco sempre per pensare che Nietzsche fosse un genio e che l’umanità sia una cosa tremenda. E non pensiate mai alla versione politically correct del povero filosofo, quella versione oscena che siete obbligati a vedere ogni volta che una ragazza seminuda cambia foto profilo su Facebook e ci schiaffa sotto una sua frase: “Chi ha un perché abbastanza forte può superare qualsiasi come”. Probabilmente la ragazza in questione non sa che due righe dopo paragonava gli uomini moderni a scimmie. E la cosa incredibile è che non è vissuto oggi.

Cosa c’è peggio dell’umanità? L’opinione pubblica. Anzi, per non offendere ciò che in realtà non conosco, è meglio parlare di opinione pubblica italiana, quell’orrendo mostro biblico. Sì, attualmente sono amareggiata da questo fenomeno italiano. E la premessa sulla filosofia? Giuro che aveva un senso, adesso ci arrivo.

Quando ho iniziato a non accontentarmi più della biografia dei filosofi per prendere il mio 7, ho iniziato a leggere libri di filosofia per conto mio. Da questi ho capito una cosa davvero molto importante: la Verità forse non esiste, o se esiste difficilmente verrà trovata, però una cosa (quasi) certa è che l’uomo decifra il mondo a partire da quello che ha nella sua testa. Quello che l’uomo ha nella sua testa è a sua volta derivante in parte dal contesto in cui vive, in parte da fattori genetici. Ma ancora di più, io credo, quello che uno ha in testa dipende da ciò che sceglie di ficcarsi (sono una fan sfegatata del paradigma dell’azione, le strutture, almeno per me, valgono fino ad un certo punto, un punto comunque importante). Se ho 15 euro in mano posso scegliere se comprare un libro o una t-shirt. Non venite a parlarmi di quelle teorie complottistiche sul dominio capitalistico delle nostre menti.

Per semplicità, allora, chiamiamo il modo in cui una persona decifra la realtà in cui vive “opinione” e l’insieme di queste dà l’opinione pubblica. Seguendo il principio di causalità sappiamo che tutte i fenomeni sono collegati da processi di causa-effetto. Avendo in mente questo, rispondete alle mie domande: che opinione pubblica può esserci in uno Stato in cui il 10% della popolazione ha dichiarato di non possedere neanche un libro in casa (sì, neanche uno)? Che opinioni possono avere persone che passano i sabati sera a sbocciare bottiglie di Dom Pérignon come se non ci fosse un domani, pensando che dalla vita non si possa chiedere di meglio e che il lunedì torneranno sul loro posto di lavoro sognando per tutta la settimana il week-end? Come ho detto, lascio a voi la risposta.

Queste domande me le sono poste dopo aver osservato i dibattiti, ad alto spessore culturale, presenti sui siti di giornali online o su Facebook.

Una ragazza affetta da una serie di malattie rare afferma di essere a favore dei test sugli animali. Risposta tipica di chi la pensa diversamente: “Muori”, “Perché non li provi su di te i test?”

Dibattito su Stamina. Chi è a favore del metodo risponde tipicamente “Complotto internazionale delle aziende farmaceutiche!!”, “Stato corrotto”. Chi è a sfavore non vuole venire meno nel dimostrare la propria eleganza retorica “Millantatori!! Fate vedere la vostra laurea in medicina”.

Non entro nel merito delle discussioni. Non voglio dire chi abbia ragione e chi no. Qui il problema è di altra natura. Da che mondo è mondo le persone hanno opinioni diverse sullo stesso fatto e spesso per arrivare ad una soluzione si attuano dei compromessi. Il problema non sono le opinioni, ma è il modo con cui le si esprime, è il livello di tolleranza che si ha per gli altri.

E allora la filosofia qui è di nuovo maestra: tu sei libero di pensare che l’essenza di tutte le cose sia l’acqua e io potrò pensare che sia una cosa da psicopatici, ma se tu me lo dimostri con delle argomentazioni che derivano dal tuo modo di vedere il mondo, io continuerò a non capire quello che dici, ma prima o poi troveremo un compromesso oppure, un bel giorno, arriverà qualcun altro a dimostrare le sue tesi in maniera più efficiente e ad affermare che nessuno dei due ha mai avuto poi così ragione.

L’opinione pubblica non ha quasi mai opinioni.

Roberto Gervaso

Ah! Iniziate a leggere libri di filosofia se non lo avete mai fatto. Quell’inutile premessa sulla filosofia ha un suo senso.

La prossima volta riprovaci con #rispetto

Durante la scuola media la professoressa di italiano ci faceva studiare le poesie degli autori principali a memoria. Abbiamo iniziato con i proemi dei poemi epici e abbiamo continuato lungo la linea del tempo della storia della letteratura. Non ho mai capito l’utilità di queste “verifiche”, ma finché prendevo dei bei voti mi andava bene.
Poi siamo arrivati a Primo Levi e alla poesia introduttiva al libro “Se questo è un uomo”, testo celeberrimo che raccoglie le memorie dell’autore.
Recitare quella poesia di fronte a tutti per il mio Ottimo proprio non mi riuscì quella volta. Mi bloccai, mi venne un magone tremendo e, prima di scoppiare a piangere, dissi alla professoressa che non volevo più andare avanti. Il risultato fu che mi sentii dire davanti a tutti che la prossima volta avrei fatto meglio a studiare e mi presi il mio bel Insufficiente.
Quel giorno ho capito che al mondo non c’è posto per le persone sensibili.

Questo ricordo è la prima cosa a cui ho pensato dopo aver letto questo articolo.
Credo che sia una delle cose più grottesche che abbia mai visto in tutta la mia vita. È un po’ la storia inflazionata della vecchia tutta imbellettata di Pirandello: prima sorridi, perché in fondo l’hashtag #yolocaust è qualcosa che rasenta la genialità, poi rifletti un attimo e ti rendi conto che chi parla di tramonto dell’Occidente è, nonostante tutto, un inguaribile ottimista.
Ho preso questo esempio perché è probabilmente il più eclatante, ma ce ne sarebbero altre decine a disposizione. L’Olocausto è solo una delle atrocità che si sono viste sulla terra e, lo sappiamo bene, molto spesso è solo questione di numeri o di ricostruzione postuma. Ma questo non è importante qui. Il dolore è sempre dolore e, qualsiasi sia l’opinione politica, religiosa e via dicendo, credo che il silenzio e il rispetto siano la cosa migliore, sempre.
Il problema principale delle persone finite in quell’articolo è che un’opinione non ce l’hanno neanche. L’opinione è roba per i figli della dea Consapevolezza. L’opinione è roba per chi sa stare al mondo con una qualsiasi forma di autodeterminazione. L’opinione di quegl’altri, per me, non può essere chiamata tale.
Quelli che avete visto sono i figli di Instagram, una macchina infernale, uno strumento che ha generato più nevrosi e psicosi di quante ne possiate immaginare.
Chiedere rispetto a persone che postano ossessivamente immagini su Instagram è roba da folli. Bisogna pretenderlo.

Oltretutto, questo mi rende sempre più convinta di quanto le manifestazioni in memoria di morti o di vittorie, nel tempo, diventino completamente inutili. La prova l’avete appena vista.
Il tempo passa, la storia prosegue con il suo gioco e attaccarsi al passato diventa totalmente inutile, perché le nuove generazioni diventano sempre più insensibili di fronte agli eventi passati.
Leggete ad un ventenne un discorso di Steve Jobs e un brano estratto dal diario di Anna Frank e non sorprendetevi che molti si commuoveranno di più sentendo le parole del fondatore della Apple. Non è cattiveria, è solo la storia che va avanti e il modo di percepire gli eventi dipende da chi è vivo oggi. Ma anche se non possiamo chiedere pathos a questi figli di Instagram, almeno pretendiamo il rispetto. Una bella foto senza hashtag da idioti oppure di evitare di saltare gioiosamente sopra i blocchi del memoriale a Berlino.
Questo è il minimo.

Ora capisco le parole di un sopravvissuto all’Olocausto, quando alla fine di un documentario disse:
“Ho paura di quello che succederà quando l’ultimo di quelli che hanno vissuto quest’esperienza morirà. Chi potrà ricordare?”

Tranquillo. Andrà tutto bene.

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Aiutiamo il restauro della Nike di Samotracia!

Se avete tempo e voglia, vi invito a dare un’occhiata a questa interessante iniziativa.

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Cara mamma, volevo essere maturo ma non ho potuto

19 giugno 2013. La maturità 2013 era iniziata da soli cinque minuti e già aveva destato scandalo. Le tracce per la prima prova hanno provocato quel solito terremoto mediatico a cui siamo abituati ultimamente. Su Twitter e Facebook libero sfogo alle battute più esilaranti. Grandi risate. Se fare il comico fosse così semplice avrei abbandonato i libri già da un bel po’ di tempo.

Finito il tempo delle prese in giro, la polvere lentamente si posa al suolo e rimane una sola domanda: di chi è la colpa?
È forse colpa dei nostri maturandi? O forse è colpa del ministero dell’istruzione? Bella domanda.

Siccome ho affrontato la maturità da poco tempo provo a mettermi nei panni degli studenti attraverso la mia esperienza.

Ho frequentato il liceo scientifico diciamo in maniera mediocre, molto mediocre. Non che non fossi interessata alle materie proposte, anzi, ma sentivo il peso di un insegnamento sterile e più di una volta ho pensato che quello che facevo non mi stava arricchendo per niente. Quando oggi mi chiedono cosa mi hanno lasciato le superiori rispondo sempre “A livello culturale zero, a livello umano fin troppo”. Alla fine del secondo semestre del quinto anno, di italiano eravamo arrivati a Montale, molto di fretta, di storia non eravamo neanche arrivati alla Seconda Guerra Mondiale e di filosofia eravamo arrivati ad Heidegger per miracolo. Mettendomi nei panni di quei ragazzi che hanno affrontato la maturità non posso che dispiacermi e capirli perché la scuola non dà l’occasione per arrivare ad autori come Magris. Giustamente mi si può dire che c’erano le altre tracce, le quali trattavano di argomenti di attualità e dove si richiedeva agli studenti una particolare apertura mentale ed una capacità di andare oltre i costosi manuali che diligentemente compriamo perché richiesti dal sistema scolastico. Quindi lo studio serviva in parte. In quel caso entravano in gioco le capacità critiche dell’individuo.

Ma ecco che si presenta il problema: quei temi sono risultati difficili proprio a causa di quei manuali che fanno tutto fuorché sviluppare capacità critiche. Il compito di uno studente medio è quello di ascoltare i professori per cinque ore di mattina, tornare a casa, aprire quei fantastici manuali e studiarli. STOP. La critica era difficilmente ammessa o comunque lo studente non rischiava mai troppo. Se c’è scritto lì, perché contraddire? Il motto delle superiori è questo. I professori stessi, d’altro canto, difficilmente uscivano fuori dai canoni dettati dai manuali. Molto spesso, inoltre, veniva premiato lo studente che ripeteva cinguettando le frasi del libro e non quello che magari non conosceva la frase esatta, ma dimostrava comunque di aver capito, per esempio, l’intento di un autore o i nessi causa-effetto di qualche evento storico. Parlando chiaramente: è fondamentale sapere che il Giuramento della Sala della Pallacorda è avvenuto il 20 giugno del 1789, mentre sapere quali erano le reali cause dello scoppio di una rivoluzione così violenta è meno importante. Non stupiamoci del fatto che c’è ancora gente che crede che la Rivoluzione Francese sia scoppiata perché i poveri popolani si sono ribellati alle dinamiche dell’Antico Regime.

Quindi la scuola non offre input ad uscire dal piccolo recinto del manuale per aiutare gli alunni a formare una capacità critica nell’analizzare il materiale che si trovano di fronte. Per leggere il mondo che ci circonda, si sa, un manuale non esiste ancora. Per fortuna.

Il mio verdetto è che la scuola italiana non dà strumenti ai giovani per decifrare quello che succede intorno a loro. Da questo punto di vista è un totale fallimento. Il compito è tutto caricato sugli individui che a seconda delle loro capacità troveranno gli strumenti più idonei. Questo creerà ovviamente delle diseguaglianze, le quali ricadranno inevitabilmente nella società. Tralasciando questo fatto, la cosa che più mi preoccupa è la tensione creata dalla scuola all’interno delle persone: per tutta la durata del percorso scolastico viene chiesto di studiare sui propri libri scolastici e ripetere favolette a memoria e alla fine si richiede capacità critica per analizzare il mondo, altrimenti “non sei di certo maturo”. Questa tensione partorisce i suoi tremendi effetti quando l’individuo si ritrova catapultato prima nel mondo dell’istruzione universitaria e poi nell’imperdonabile realtà. Parlando sempre per metafore, provate a lasciare un gatto di otto anni in una foresta, dopo averlo addomesticato. Sopravviverà a lungo?

E per finire: il ministero dell’istruzione? Beh, ma fa quello che fanno tutti gli altri ministeri! È lontano dalla realtà delle cose anni luce e neanche se ne rende conto.

“Svegliatevi! Non vedete che è tutto un complotto?”

Quando ero piccola sognavo di fare l’investigatore privato. Era uno di quei sogni che ti colpiscono da bambini come fare l’astronauta o il pilota. Divoravo i libri di Agatha Christie e di Conan Doyle e quando compravo la Settimana Enigmistica non vedevo l’ora di andare alla pagina dell’intrigo investigativo. Era proprio una fissa, che un po’ mi è rimasta. Poi sono cresciuta e sono giunta in quell’età pessima in cui il mondo ti disillude senza ritegno: oltre a capire che non c’è nessuno lassù che ti salva, scopri anche che l’investigatore privato di oggi non è né Poirot né Barnaby; non devi tirare pugni a nessuno, non ti legano da nessuna parte per farti fuori e non devi fumare la pipa nella speranza che guardando quegli indizi ti venga una sorta di rivelazione divina. Il mondo è una valle di lacrime, è proprio vero. Oggi, che ho 21 anni, ho capito che non era la mia strada e che posso continuare a leggere i miei libri su Miss Marple senza piangermi addosso.

Ma c’è chi dice: “No! Non mi arrendo!” Il problema che vado a presentare non sussisterebbe se la gente avesse come mito Poirot. Esiste perché oggi c’è Adam Kadmon, l’eroe nazionale dell’italiano indignato dai poteri forti, dalle banche, dagli illuminati, dai massoni, dal Nuovo Ordine Mondiale e potremmo aggiungerne altre di indignazioni sconvolgenti, ma non continuo ad elencare cose inutili.

Sappiamo bene che quando le cose vanno male e “potrebbe piovere”, poi piove sempre, e quindi ad amplificare il problema in maniera esponenziale ci sono i social network, i meravigliosi luoghi dove chi non ha niente di intelligente da dire, lo dice solo perché ha acquisito il diritto di poterlo fare.

Così oggi al potere c’è Letta, Sua Malignità, che fa parte del tremendo e terrificante gruppo Bilderberg il cui nome, fino a due mesi fa, ricordava al massimo la marca di una birra. Il problema è quanto mai evidente: nascono siti e siti con informazioni spesso (non sempre) fasulle od esagerate, scritte con un linguaggio sensazionalistico e dove si creano nessi causa-effetto che non hanno senso di esistere. Detto questo, non c’è da stupirsi se lo sparatore di Palazzo Chigi, da semplice uomo “disperato” è diventato un agente di chissà quale gruppo segreto perché “ha il taglio tipico da militare”. Se siete frequentatori dei social network forse potete capire quello che sto dicendo. I riferimenti che dovrei fare sarebbero milioni, compreso lo scandalo che ha travolto il programma televisivo “Le Iene”, sul quale vi invito ad informarvi per capire l’importanza della manipolazione che subisce l’informazione per poter diventare “evidenza per tutti” (non parlo del programma TV, bensì dei teorici del complotto che hanno provato a “smascherarlo”). Vi invito inoltre a soffermarvi soprattutto sul linguaggio utilizzato da questi “investigatori del web” e sulla totale assenza di fonti quantomeno credibili.

Per allontanarci dall’attualità è giusto citare gli innumerevoli video dedicati ai grandi maestri della cospirazione, i membri della famiglia Rothschild, accusati ovunque di possedere l’intero pianeta Terra, se non addirittura l’Universo. Altre pietre miliari sono l’attentato dell’11 settembre, la cattura e l’uccisione di Saddam Hussein e Osama Bin Laden o la morte di Jimi Hendrix.

Voglio chiarire che con questo mio breve articolo non voglio assolutamente negare che certe cose che ci vengono presentate non sono che apparenze create ad hoc per mantenere una certa pace democratica. Non nego neanche che ristrette oligarchie abbiano più potere di quello che sembra e soprattutto non voglio far passare il messaggio che non sia giusto farsi venire dei dubbi su quello che ci circonda. Farsi delle domande per me è fondamentale, è lo scopo stesso dell’esistenza, perché accettare tutto quello che viene proposto senza chiedersi il perché è sulla linea opposta, ma parallela, di chi ha scelto di fare il teorico del complotto ad oltranza.

L’unico messaggio che voglio far passare è che chi diffonde una notizia (sia esso un giornalista, un comune mortale che vaga per il web od un ex-agente segreto) ha il diritto di assumersi la responsabilità riguardo l’informazione diffusa. Non è corretto usare linguaggi suggestivi e fonti strabilianti con lo scopo di ottenere credibilità. L’informatore dell’era informatica deve tener conto che usa un mezzo diventato accessibile a tutti, o quasi, e che quindi il suo pubblico è enorme. Soprattutto, questo pubblico, è fatto di persone totalmente differenti, di qualsiasi estrazione sociale, di qualsiasi livello intellettuale. Questa non è discriminazione, è evidenza. Il pubblico non è un blocco di automi tutti uguali, ma è un mix di esperienze e coscienze.

Anche il lettore, comunque, ha la sua personale responsabilità e gli vorrei offrire un consiglio: l’Illuminismo (che non è quello degli Illuminati) ha partorito uno degli uomini più intelligenti che abbiano mai messo piede su questa tremenda valle di lacrime, il quale ci disse:

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza esser guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza – è dunque il motto dell’illuminismo. La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall’eterodirezione (naturaliter maiorennes), tuttavia rimangono volentieri minorenni per l’intera vita e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E’ tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione.

Immanuel Kant, “Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?”, 1784

(I grassetti che ho utilizzato non sono casuali).

L’Italia e lo Spirito del Tempo un po’ burlone

L’Italia è una Repubblica fondata sulla schizofrenia. “schizein”: a distanza di secoli i Greci riescono ancora a descriverci al meglio. Magari sapevano che nel 1861 ci sarebbe stata l’Unificazione.

Perché l’Italia, oggi più che mai, soffre di schizofrenia? Siamo nel 2013, ma la storia è ferma al 1945. Sembra che la guerra non sia mai stata superata. Sembra che lo Spirito del Tempo sia un po’ confuso. Non sa neanche lui chi è. Forse è un po’ burlone.

Oggi ho nuovamente sentito pronunciare le parole “fascisti” e “comunisti”, mentre nei palazzi di potere si parla di assetti dell’Unione Europea, di esodati, di larghe intese, di tentativi di salvare l’insalvabile. Parlano sempre di Europa a due velocità, ma non basterebbe neanche quella per un Paese come l’Italia, che di velocità ne ha infinite e tutte divergenti.

Un Paese in cui non si può neanche dire “Sarebbe utile unire amministrativamente alcune province”, perché altrimenti, se capitasse di passare per Livorno a chiedere cosa ne pensano di questa possibile decisione, le uniche parole sarebbero: “Pisa merda!” Ma come?! Allora il 1945 non è sufficiente! Bisogna tornare indietro al Rinascimento?

Oh miseria, povera Italia! Il 25 aprile ci sono “fascisti” e “comunisti” che si gettano polvere addosso. C’è chi non vuole assolutamente questa festa, c’è chi la considera un simbolo della nascita di una Nuova Italia, c’è chi crede negli eroi sulle montagne e chi, invece, crede nei disertori sulle montagne. C’è anche chi vuole il ritorno del Re od una nuova epoca feudale.

Come fanno male le ideologie che sovrastano e a cui ci si schiavizza. Le ideologie vanno dominate, vanno superate quando troppo scomode. Il tempo corre e le ideologie ammuffiscono ancora prima di potersene accorgere. Si è lì a sventolare la propria bandiera e il mondo ha già cambiato direzione. E gli italiani non se ne sono mai resi conto. Domani, in fondo, morirà Lorenzo ‘de Medici e speriamo non mettano al suo posto il figlio Piero, perché è proprio un incapace.

Ma come faremo a preoccuparcene? Là fuori c’è qualcuno ancora offeso per il ratto delle Sabine.

The show must go on

La parola d’ordine di oggi è mostrare, anche se l’inglese show lo trovo molto più appropriato, perché rende meglio l’idea non solo del mostrare, ma del farlo davanti ad un “pubblico” di gente spesso sconosciuta, proprio come su un palcoscenico.

Un palcoscenico dove danziamo e recitiamo ignari di chi ci sta osservando.

I social network hanno reso lo show l’ordine del giorno, alla portata di tutti. Facebook, Twitter, Tumblr, Instagram sono i più famosi palcoscenici dove milioni di persone caricano foto, pensieri, stati d’animo ad un ritmo quasi ossessivo. La vita, tristemente nevrotica, diventa uno show. E allora mostri il tuo nuovo paio di jeans, il tuo nuovo taglio di capelli, il tuo nuovo libro, il tuo aperitivo del sabato sera con tutta quella gente che per il resto della settimana non sopporti, te stessa con il tuo compagno (lasciando intendere che un attimo prima vi stavate divertendo un sacco), la Tour Eiffel, il tuo nuovissimo acquisto da Tiffany & Co., il piatto di sushi che stai per fare fuori.

Tutto questo alla gente piace un sacco mostrarlo. Piace mostrare che ci si gode la vita, mentre gli altri, quelli che la vita la mostrano solo a se stessi perché troppo egoisti, sono dietro le quinte. Il pubblico applaude entusiasta davanti a tutte queste splendide vite. Che invidia, vorrebbero tutti essere come loro. E gli attori si inchinano orgogliosi dello splendido lavoro, ma poi si accorgono che i fili trasparenti ai polsi iniziano a stringere.

Side effects

Gli effetti collaterali mi piacciono un sacco. Sono la prova dei limiti che ha la razionalità delle nostre azioni. Sono la prova che quando agisci cambi la storia, ma non sai mai come lo farai. E se l’ardua sentenza spetta sempre ai posteri, verrai considerato responsabile di quegli effetti collaterali. Sì, perché gli effetti si vedono sul lungo periodo e la responsabilità è tua. Se accendi una miccia che passa sotto una porta chiusa non potrai dire che non è colpa tua se è esplosa una bomba. A nessuno frega che tu pensassi ci fossero i fuochi d’artificio.
Ora, con l’idea di “donna moderna” che avete, prendete una macchina del tempo e catapultatevi in quel periodo di manifestazioni femministe dove si chiedevano diritti ed emancipazione. Sì, la macchina del tempo è un problema, ma nelle migliori storie c’è sempre lo scienziato pazzo che si rispetti. Siete lì, in mezzo a tutte quelle donne. Le fermereste? Probabilmente no.
La passione con cui quelle meravigliose madri, figlie, mogli chiedevano diritti ed emancipazione vi fermerebbe dal far loro vedere il filmino dello stacchetto delle veline che vi eravate portati in borsa direttamente dal 2013. Anche io, una delle persone più critiche nei confronti dell’emancipazione femminile, avrei buttato quel filmino nel cestino della spazzatura. Non solo per il fatto che se sono qui a scrivere sopra ad un blog le mie opinioni è grazie a loro. Non voglio essere così banale. Ma perché loro erano lì con l’intenzione di cambiare la posizione della donna in un mondo prevalentemente maschilista. Loro ci credevano davvero. Credevano che le loro scelte avrebbero prodotto una donna forte, rispettata, amata e che potesse affrontare l’uomo alla pari. Quelle donne scappavano da dogmi, da regole borghesi e bigotte. Dogmi secolari, fissati dalla religione cristiana, che esalta figure come Paolo di Tarso, dichiaratamente misogino e che assegnava alla donna il compito di procreare figli buoni e cristiani. Anche io sarei fuggita, a gambe levate, non c’è dubbio. Mi sarei messa a manifestare per i miei diritti, primo fra tutti quello di avere un’identità personale, non vincolata da una dote o dallo status sociale del marito.

Però a volte capita che quando vogliamo modificare il sistema culturale e valoriale che non accettiamo più come legittimo, il disprezzo ci spinge oltre. Come la forza che respinge due poli dello stesso segno (credo abbia un nome, ma non sono mai stata brava in fisica). Il disprezzo estremizza, ma non ce ne rendiamo conto quando siamo immersi nella lotta per “cambiare il mondo”, è inevitabile. Poi un giorno ci svegliamo e ci accorgiamo che da un mondo di donne senza diritti e schiacciate da tabù culturali, religiosi e giuridici si è passati ad un mondo di donne senza tabù e molto spesso (non sempre, ci mancherebbe) senza dignità. È la forza del disprezzo che non è capace a frenare gli estremismi. Potete notarla ovunque: in politica, nella religione, nel mondo del lavoro. L’estremizzazione va a braccetto con l’assolutizzazione, entrambi termini che, per definizione, non conoscono il potere della mediazione razionale, perché nati da pulsioni, sentimenti, istinti. La passione nell’allontanare l’istanza disprezzata non conosce processi razionali, ma si vive sul momento e la si sente come qualcosa che cambierà lo stato attuale delle cose, nel modo migliore per tutti. Vi sfido a fermare persone con una passione così travolgente, verreste catturati dalla corrente.

L’effetto collaterale, però si è manifestato. Quelle donne hanno acceso la miccia e la bomba è esplosa. Sì, la responsabilità è la loro per aver cambiato le strutture culturali dell’Occidente nei confronti della figura femminile. Ai posteri però non spetta solo esprimere l’ardua sentenza, troppo facile. È loro compito analizzare criticamente il mondo in cui vivono e scegliere autonomamente che immagine dare di se stessi, assumendosi tutte le responsabilità del caso.

Se il mondo mi impone di seguire il modello di una donna “strumento sessuale” ho le facoltà per crearmi modelli alternativi. Dire “ormai è così se si vuole essere accettate” è limitante, acritico e poco intelligente. Il mondo lo si cambia con la consapevolezza che il cambiamento produrrà effetti collaterali di cui saremo un giorno responsabili, che non devono però fermarci e renderci inermi, ma semplicemente costringerci a pensare di più prima dell’azione (senza la pretesa di raggiungere il mitico modello della razionalità assoluta, il margine di errore fa parte dell’agire umano).

Non voglio entrare con questo breve post nei meandri della Storia e nelle specifiche relazioni causa-effetto che hanno prodotto la “donna moderna”. È chiaro che un blog non permette questo. È un invito che faccio a tutte le donne, di ricordarsi sempre che emancipazione non è abbattere ogni tabù e cadere così nel grottesco. Significa liberarsi da una condizione di inferiorità, avere la possibilità di autodeterminarsi attraverso una sana relazione con il sesso maschile che non dev’essere avvertito come qualcosa di ostile, ma come parte complementare della nostra identità.