Cara mamma, volevo essere maturo ma non ho potuto

di Derseiltanzer


19 giugno 2013. La maturità 2013 era iniziata da soli cinque minuti e già aveva destato scandalo. Le tracce per la prima prova hanno provocato quel solito terremoto mediatico a cui siamo abituati ultimamente. Su Twitter e Facebook libero sfogo alle battute più esilaranti. Grandi risate. Se fare il comico fosse così semplice avrei abbandonato i libri già da un bel po’ di tempo.

Finito il tempo delle prese in giro, la polvere lentamente si posa al suolo e rimane una sola domanda: di chi è la colpa?
È forse colpa dei nostri maturandi? O forse è colpa del ministero dell’istruzione? Bella domanda.

Siccome ho affrontato la maturità da poco tempo provo a mettermi nei panni degli studenti attraverso la mia esperienza.

Ho frequentato il liceo scientifico diciamo in maniera mediocre, molto mediocre. Non che non fossi interessata alle materie proposte, anzi, ma sentivo il peso di un insegnamento sterile e più di una volta ho pensato che quello che facevo non mi stava arricchendo per niente. Quando oggi mi chiedono cosa mi hanno lasciato le superiori rispondo sempre “A livello culturale zero, a livello umano fin troppo”. Alla fine del secondo semestre del quinto anno, di italiano eravamo arrivati a Montale, molto di fretta, di storia non eravamo neanche arrivati alla Seconda Guerra Mondiale e di filosofia eravamo arrivati ad Heidegger per miracolo. Mettendomi nei panni di quei ragazzi che hanno affrontato la maturità non posso che dispiacermi e capirli perché la scuola non dà l’occasione per arrivare ad autori come Magris. Giustamente mi si può dire che c’erano le altre tracce, le quali trattavano di argomenti di attualità e dove si richiedeva agli studenti una particolare apertura mentale ed una capacità di andare oltre i costosi manuali che diligentemente compriamo perché richiesti dal sistema scolastico. Quindi lo studio serviva in parte. In quel caso entravano in gioco le capacità critiche dell’individuo.

Ma ecco che si presenta il problema: quei temi sono risultati difficili proprio a causa di quei manuali che fanno tutto fuorché sviluppare capacità critiche. Il compito di uno studente medio è quello di ascoltare i professori per cinque ore di mattina, tornare a casa, aprire quei fantastici manuali e studiarli. STOP. La critica era difficilmente ammessa o comunque lo studente non rischiava mai troppo. Se c’è scritto lì, perché contraddire? Il motto delle superiori è questo. I professori stessi, d’altro canto, difficilmente uscivano fuori dai canoni dettati dai manuali. Molto spesso, inoltre, veniva premiato lo studente che ripeteva cinguettando le frasi del libro e non quello che magari non conosceva la frase esatta, ma dimostrava comunque di aver capito, per esempio, l’intento di un autore o i nessi causa-effetto di qualche evento storico. Parlando chiaramente: è fondamentale sapere che il Giuramento della Sala della Pallacorda è avvenuto il 20 giugno del 1789, mentre sapere quali erano le reali cause dello scoppio di una rivoluzione così violenta è meno importante. Non stupiamoci del fatto che c’è ancora gente che crede che la Rivoluzione Francese sia scoppiata perché i poveri popolani si sono ribellati alle dinamiche dell’Antico Regime.

Quindi la scuola non offre input ad uscire dal piccolo recinto del manuale per aiutare gli alunni a formare una capacità critica nell’analizzare il materiale che si trovano di fronte. Per leggere il mondo che ci circonda, si sa, un manuale non esiste ancora. Per fortuna.

Il mio verdetto è che la scuola italiana non dà strumenti ai giovani per decifrare quello che succede intorno a loro. Da questo punto di vista è un totale fallimento. Il compito è tutto caricato sugli individui che a seconda delle loro capacità troveranno gli strumenti più idonei. Questo creerà ovviamente delle diseguaglianze, le quali ricadranno inevitabilmente nella società. Tralasciando questo fatto, la cosa che più mi preoccupa è la tensione creata dalla scuola all’interno delle persone: per tutta la durata del percorso scolastico viene chiesto di studiare sui propri libri scolastici e ripetere favolette a memoria e alla fine si richiede capacità critica per analizzare il mondo, altrimenti “non sei di certo maturo”. Questa tensione partorisce i suoi tremendi effetti quando l’individuo si ritrova catapultato prima nel mondo dell’istruzione universitaria e poi nell’imperdonabile realtà. Parlando sempre per metafore, provate a lasciare un gatto di otto anni in una foresta, dopo averlo addomesticato. Sopravviverà a lungo?

E per finire: il ministero dell’istruzione? Beh, ma fa quello che fanno tutti gli altri ministeri! È lontano dalla realtà delle cose anni luce e neanche se ne rende conto.

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