La prossima volta riprovaci con #rispetto

di Derseiltanzer


Durante la scuola media la professoressa di italiano ci faceva studiare le poesie degli autori principali a memoria. Abbiamo iniziato con i proemi dei poemi epici e abbiamo continuato lungo la linea del tempo della storia della letteratura. Non ho mai capito l’utilità di queste “verifiche”, ma finché prendevo dei bei voti mi andava bene.
Poi siamo arrivati a Primo Levi e alla poesia introduttiva al libro “Se questo è un uomo”, testo celeberrimo che raccoglie le memorie dell’autore.
Recitare quella poesia di fronte a tutti per il mio Ottimo proprio non mi riuscì quella volta. Mi bloccai, mi venne un magone tremendo e, prima di scoppiare a piangere, dissi alla professoressa che non volevo più andare avanti. Il risultato fu che mi sentii dire davanti a tutti che la prossima volta avrei fatto meglio a studiare e mi presi il mio bel Insufficiente.
Quel giorno ho capito che al mondo non c’è posto per le persone sensibili.

Questo ricordo è la prima cosa a cui ho pensato dopo aver letto questo articolo.
Credo che sia una delle cose più grottesche che abbia mai visto in tutta la mia vita. È un po’ la storia inflazionata della vecchia tutta imbellettata di Pirandello: prima sorridi, perché in fondo l’hashtag #yolocaust è qualcosa che rasenta la genialità, poi rifletti un attimo e ti rendi conto che chi parla di tramonto dell’Occidente è, nonostante tutto, un inguaribile ottimista.
Ho preso questo esempio perché è probabilmente il più eclatante, ma ce ne sarebbero altre decine a disposizione. L’Olocausto è solo una delle atrocità che si sono viste sulla terra e, lo sappiamo bene, molto spesso è solo questione di numeri o di ricostruzione postuma. Ma questo non è importante qui. Il dolore è sempre dolore e, qualsiasi sia l’opinione politica, religiosa e via dicendo, credo che il silenzio e il rispetto siano la cosa migliore, sempre.
Il problema principale delle persone finite in quell’articolo è che un’opinione non ce l’hanno neanche. L’opinione è roba per i figli della dea Consapevolezza. L’opinione è roba per chi sa stare al mondo con una qualsiasi forma di autodeterminazione. L’opinione di quegl’altri, per me, non può essere chiamata tale.
Quelli che avete visto sono i figli di Instagram, una macchina infernale, uno strumento che ha generato più nevrosi e psicosi di quante ne possiate immaginare.
Chiedere rispetto a persone che postano ossessivamente immagini su Instagram è roba da folli. Bisogna pretenderlo.

Oltretutto, questo mi rende sempre più convinta di quanto le manifestazioni in memoria di morti o di vittorie, nel tempo, diventino completamente inutili. La prova l’avete appena vista.
Il tempo passa, la storia prosegue con il suo gioco e attaccarsi al passato diventa totalmente inutile, perché le nuove generazioni diventano sempre più insensibili di fronte agli eventi passati.
Leggete ad un ventenne un discorso di Steve Jobs e un brano estratto dal diario di Anna Frank e non sorprendetevi che molti si commuoveranno di più sentendo le parole del fondatore della Apple. Non è cattiveria, è solo la storia che va avanti e il modo di percepire gli eventi dipende da chi è vivo oggi. Ma anche se non possiamo chiedere pathos a questi figli di Instagram, almeno pretendiamo il rispetto. Una bella foto senza hashtag da idioti oppure di evitare di saltare gioiosamente sopra i blocchi del memoriale a Berlino.
Questo è il minimo.

Ora capisco le parole di un sopravvissuto all’Olocausto, quando alla fine di un documentario disse:
“Ho paura di quello che succederà quando l’ultimo di quelli che hanno vissuto quest’esperienza morirà. Chi potrà ricordare?”

Tranquillo. Andrà tutto bene.

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