Incipit Zarathustra

Qui si separano le vie degli uomini: se desideri la pace dell'anima e la felicità, allora credi; se desideri la verità per guida, ebbene, cerca.

Io alla carta non ci rinuncio.

In questo periodo, tra sessione d’esami universitari e interessi personali, sto leggendo tantissimi libri e articoli. Amo quasi maniacalmente leggere libri e quando trovo un articolo su internet che mi piace molto corro a stamparlo. Dev’essere una mia caratteristica, ma amo sentire il libro in mano, piegarlo, sfogliare le pagine, scrivere i miei appunti con la matita, sentire il rumore e il profumo della carta o dell’inchiostro delle pagine che ho appena stampato. Posso definirmi un’inguaribile bibliofila. E da brava bibliofila che si rispetti sogno che tutti possano diventarlo, per provare il piacere della lettura. Con i libri ci sono cresciuta: ho iniziato con quelli della serie bianca del “Battello a Vapore”, dove ogni pagina conteneva cinque parole talmente era elevata la grandezza del carattere, poi sono passata all’immancabile “Piccolo Principe” (che credo, anzi spero, tutti abbiano letto!), fino ad ora, dove ogni libro che leggo mi arricchisce sempre di più. E, sempre da brava bibliofila che si rispetti, oggi sono molto preoccupata.

Prima di tutto dal calo delle vendite che stanno subendo tutte le librerie (specialmente in Italia): togliamo i best-sellers (ahimè) tipo “Cinquanta sfumature di…” e il resto dei libri rimane lì, a impolverare. Ogni tanto, per fortuna, passa un generoso lettore che fa prendere a questi libri una boccata d’aria. Leggere fa bene sempre, non solo quando esce un libro “erotico” o, meglio, decisamente trash, che ha spopolato in tutto il mondo. So bene che esistono persone che odiano leggere, di qualsiasi cosa il libro tratti, ma spero sempre si convertano e scoprano cosa vuol dire viaggiare in mondi diversi sfogliando delle pagine oppure scoprire cose nuove stringendo un libro.

La seconda cosa che mi preoccupa un po’ sono gli E-books, ma prima voglio fare una premessa. Senza girarci troppo attorno, i libri costano, e anche tanto. Se non ci fossero le librerie con libri usati e scontati non avrei potuto comprarne così tanti. Il fatto che i libri costino tanto non significa che non si possa leggere, perché esistono le biblioteche, ma, almeno per me, quando un libro mi è piaciuto particolarmente preferisco sempre comprarlo per poterlo rileggere quando voglio. E quindi, si paga. Per una studentessa senza lavoro questo significa rinunciare ad altre cose, anche se personalmente non mi è mai pesato. Il motivo per cui l’E-book è diventato sfizioso è proprio questo: paghi il libro molto meno e, anche se non in forma cartacea, ce l’hai sempre con te. Inoltre è diventato pratico perché in un piccolo reader si possono contenere anche centinaia di libri. Quello che proprio non mi piace è la digitalizzazione del piacere. Leggere non è solo un processo mentale, ma anche fisico. Anche il fatto di sentire il libro tra le mani provoca piacere. Senza dimenticare il piacere di poterlo prestare o regalare ad un amico scrivendoci sopra qualche frase. Il piacere di tornare a casa la sera e vedere la propria libreria che abbellisce la camera da letto, lo studio, il salotto. Il piacere di lamentare che se si andrà avanti a comprare libri, presto o tardi non si saprà più dove metterli. Il piacere di attaccare il post-it sulla pagina dove abbiamo sottolineato quella frase che ci ha colpito così tanto. Il piacere di toccare una pagina calda e non uno schermo freddo. Il piacere di perdere una giornata dentro alla libreria a cercare chissà che cosa, spostando libri sugli scaffali, aprendoli o leggendo solo le scritte sul retro. Cosa c’è di divertente e di piacevole nello sfogliare lo store online? Il piacere di vederci cadere una lacrima che, ahimè, sbaverà l’inchiostro per l’eternità, e tutte le volte che riaprirai quel libro ricorderai che ci hai pianto sopra. Il piacere di portartelo al parco in una giornata di sole. Il piacere di usare qualsiasi oggetto sottile come segnalibro. Il piacere di vederli spuntare ovunque. Il piacere di esservi circondati. Scommetto che ogni buon lettore ha provato questi piaceri almeno una volta.

Questi sono i motivi per cui non mi convertirò mai al formato E-book. Sarò eternamente perseguitata dal mio (costoso) amore per la carta. Perché un libro di carta è lì per sempre, compagno fedele, che con il passare del tempo vedrà le sue pagine ingiallirsi o che un giorno qualcuno troverà, chissà dove, e ci potrà leggere i vostri appunti a matita o a biro. Oppure quel qualcuno vedrà le vostre sottolineature e si chiederà perché abbiate sottolineato proprio quella frase; si creerà così una sorta di unione breve, ma intensa, fra due persone che neanche si possono vedere. È una delle tante magie dei libri.

Il libro è una traccia di chi l’ha posseduto e all’uomo piace così tanto lasciare tracce di sé. Non privatevi di questo piacere.

Annunci

I giovani alla ricerca di sé

I giovani oggi non sentono il pungolo a divenire se stessi, a trovare educatori che liberino la loro personalità. Rifiutano i dogmi precostituiti, ma avvertono, inquieti, di essere prigionieri di dogmi. Come trovarsi in se stessi, come disseppellire se stessi? Questo dovrebbe essere il compito di un educatore. Un educatore non può essere altri che un liberatore.

Georg Brandes, Radicalismo aristocratico e altri scritti su Nietzsche, 1889

Anche i ricordi si svuotano

Se non ve ne siete accorti grazie ai social network, oggi è il 12 dicembre 2012. Quarantatré anni fa morirono diciassette persone nella città di Milano e quasi un centinaio rimasero ferite, più o meno gravemente. Non sono qui per puntare il dito su fazioni politiche, partiti, movimenti, gruppi d’azione o persone con nomi e cognomi, perché le ipotesi che si potevano produrre sono state prodotte tutte. Non sono qui per ricordare i morti, perché ho vent’anni, e anche se potrà sembrarvi banale o politicamente scorretto, quell’evento non fa parte della mia storia, non mi ha segnato, non l’ho interiorizzato e non ha fondato la persona che oggi sono.

Sono qui per parlarvi del senso e dell’usanza delle manifestazioni commemorative. Stamattina mi sono imbattuta per caso (anzi, per buona sorte!) in questo articolo, a cui vi rimando con molto piacere, e ci sono rimasta un po’, perché mi immaginavo uno scenario simile, ma non così catastrofico. Riassumendo brevemente l’articolo, su venti giovani manifestanti scesi in piazza per commemorare la strage, solo uno sapeva dire quando era accaduto l’evento e nessuno (sì, esatto!) sapeva indicare dove fosse avvenuto o come si svolsero i fatti.

Alla luce di questo, secondo voi, commemorare un particolare evento dopo quasi mezzo secolo ha senso? O meglio, ha senso rendere partecipe una generazione che non percepisce questo evento come significante?

Al di là dell’evidente dato che mette in luce il relativo tramonto della cultura storica nei ragazzi di oggi, trovo che questo tipo di commemorazioni siano una gigantesca, inutile mancanza di rispetto nei confronti di chi percepisce questo evento come un marchio a fuoco sulla pelle. Questi ragazzi, che giustamente non c’entravano niente con quella commemorazione, probabilmente erano lì perché spinti a farlo dall’insegnante, dal comune o anche per farsi un bel giro in centro, magari intonando cori antifascisti appartenenti a quarant’anni fa e che allora conservavano un significato. Manifestazioni come queste spingono il ricordo verso il ridicolo, lo svuotano di senso, lo consegnano nelle mani della sterilità delle celebrazioni che proseguono da anni e che non sono più sentite dalle persone che dovrebbero manifestare.

Il ricordo è strettamente collegato al sentimento. Sono due istanze inscindibili, a mio modo di vedere. Non lo dico a caso. I miei amati antichi romani erano convinti che la memoria risiedesse nel cuore e ricordare ha in sé, appunto, la parola “cor”. Vi ho dimostrato, spero, che ricordarsi non vuol dire semplicemente “farsi tornare in mente”, il sentimento è indispensabile. Per farsi tornare in mente le cose esiste Wikipedia, esistono i libri, esistono i racconti, gli articoli di giornale. E credo sia più che sufficiente.

Un leader che non comanderà

Trovo che le primarie dei partiti siano un palliativo (e per giunta poco efficace). Perché esaltarsi tanto per l’elezione di una finzione totale?
L’Italia è una Repubblica parlamentare e credo che ci sia poco materiale su cui discutere. Mi sembra infatti che ci si stia illudendo per non vedere cosa è realmente necessario. Il potere è lì, che circola in quelle due Camere e che circola all’interno dell’enorme apparato amministrativo che sta loro dietro. C’è un élite che si sta divertendo un sacco a guardare queste primarie fittizie.
Dal mio modestissimo punto di vista l’urgenza sta in quella chimera dal nome “legge elettorale”, perché è con quella che fra 100 giorni potremo fare la differenza, forse.
Ma si sa, il carisma è più affascinante per la maggior parte delle persone.

Per ogni parola una bilancia

Chi l’avrebbe mai detto? Un governo di tecnici che non sa usare le parole. Sì, naturalmente di ogni governo si ricorda lo strafalcione che rimarrà poi nella “storia”, ma nessuno dei governi precedenti è stato così contestato per singole parole. “Sfigati”, “Monotono”, “Choosy” e scusate se me ne dimentico qualcuno! Il “problema” forse lo si trova nel fatto che questo è appunto un governo di tecnici non pratico nell’uso del linguaggio politico (che in una società democratica è lo strumento per ottenere il voto). Loro parlano e ragionano con in mente il sistema del mercato, non hanno bisogno di cercare termini ambigui per coccolare l’elettorato. Dicono le cose in maniera diretta e ci regalano, tutte le volte che intervengono, un dipinto di come credono che sia la realtà delle cose (o di com’è realmente? Scegliete voi…). Tanto per loro calerà il sipario e tornerà di nuovo, come sempre, il trionfante dominio del potere carismatico. Torneranno i nostri amati eletti (gli uomini migliori, dunque?) e chi ha vissuto questi mesi nell’ansia di non sentirsi più in un regime democratico, potrà tornare a dormire sonni tranquilli. Sì, è vero, un governo di tecnici non è di certo stato scelto democraticamente. Eppure se ce lo ritroviamo tra i piedi è perché qualcosa nella nostra amata democrazia non ha funzionato. Quei maledetti corrotti l’hanno rovinata, lo spread ci ha segato le gambe (maledizione ai tedeschi!), i giovani non hanno le possibilità per crescere, è un paese per vecchi, queste regioni fagocitano soldi come fossero baci di dama e tutto quello che vi pare. Oppure?

Oppure è che quando ti trovi alla base della piramide non si sa cosa succede in alto. Allora si inizia a soddisfare il proprio interesse privato, poi il vicino farà lo stesso e avanti, fino alla cima dove la Sacra democrazia ci dice (troppo tardi): “No, è l’interesse collettivo che deve prevalere.” Quindi crolla tutto e bisognerà ricostruire da capo, ma costruendo dalla base ci si dimenticherà sempre della punta. Alla punta non ci pensa mai nessuno, perché “Tanto io sono in basso, per me è troppo lontana”, ma quando avviene il crollo la colpa è sempre là, in alto.

Oppure è che ci sono cose che non possono funzionare, perché l’uomo è un animale da gregge, totalmente irrazionale che ha bisogno del suo pastore e lo ama, lo ama tantissimo, a patto che il suo interesse sia sempre tutelato, perché se non è così “gli si taglia la testa” a questo povero pastore e se ne cerca un altro. Il Feudalesimo è durato circa otto secoli prima di crollare sotto le spinte delle grandi rivoluzioni liberali, la democrazia moderna ha già problemi dopo due secoli e mezzo (anno più, anno meno). “Sì, però la democrazia è il progresso, è il massimo a cui ci ha fatto giungere la modernità… vorrei vederti a vivere nelle società tradizionali!” E così?

Così dobbiamo sorbirci questo governo di tecnici che dice ai giovani che sono schizzinosi e sfigati… e guai a dirlo! Mai che qualcuno si possa far venire il dubbio che il voto non è il loro fine ultimo e che forse un esame di coscienza non nuoce sicuramente. Magari si sarà più lucidi per affrontare questo momento terribile. Magari…

Una domanda

Ultimamente quando giro per strada, guardo la TV (molto, molto raramente) o discuto con alcuni conoscenti arrivo sempre a pormi la stessa domanda:

ma le persone sono davvero così instupidite e cognitivamente avvelenate oppure fanno finta di non vedere determinate cose?

Non mi ritengo depositaria del sommo sapere, ma certe prese in giro quotidiane mi sembrano così evidenti…

Code e smartphones, sangue e forconi.

“[…] Forse si rifletterà allora sul fatto che ci si è abituati a tanti bisogni solo dal momento in cui divenne così facile soddisfarli, – e alcuni bisogni si tornerà di nuovo a disimpararli!”

Friedrich W. Nietzsche, Aurora (aforisma 206), 1881

Che piaccia o meno, queste poche parole che fanno parte di un aforisma che non riporto intero, ma che consiglio di leggere, mi sono suonate profetiche proprio ieri mattina.

Ieri, infatti, ho assistito a numerose discussioni su blog e social network riguardo all’entrata nel mercato italiano del nuovo iPhone5. E proprio come avveniva negli anni ’70 riguardo a questioni politiche spinose, si sono create due diverse “visioni del mondo” (o se volete essere filosoficamente eleganti, due diverse Weltanschauungen) che contrapponevano Apple dipendenti e “Indignados” versione italiana (chiamati anche invidiosi e rosiconi dalla controparte). Gli Apple dipendenti audaci, eroici, appassionati, a fare coda davanti agli Apple store di tutta la penisola, per possedere l’ultimo gioiello tecnologico, non volevano di certo sentirsi dire dagli “Indignados” italiani che la loro eroicità avrebbe dovuto provocar in loro vergogna considerando quello che sta succedendo nel Bel Paese e nel mondo intero. Gli “Indignados” italiani, seduti comodi davanti ai loro schermi, hanno moraleggiato sul fatto che mentre in Spagna si fa a gara per allestire striscioni contro il governo corrotto e avido, in Italia lo si fa per prendere posti davanti a negozi Apple e che l’azienda ha la colpa di “torturare” silenziosamente le menti dell’uomo comune per indurlo a preoccuparsi dell’apparenza, nascondendogli la realtà.

Questo è ciò che ho visto ieri e mi ha ufficialmente fatto perdere speranza nei confronti dell’opinione pubblica italiana. Se il mondo va a rotoli è colpa di Steve Jobs e della sua azienda demoniaca? Se al sabato pomeriggio i negozi di vestiario e tecnologia sono saturi e le librerie (con libri scontati) sono vuote, è colpa di Steve Jobs? Se la gente per strada crede che Sherlock Holmes sia realmente esistito e che non sia frutto dell’immaginazione di Conan Doyle è colpa di un’azienda?

La Apple fa parte del sistema capitalistico e consumistico a tutti gli effetti, ma ha davvero tutte queste colpe? O, forse, non è meglio dire che gli individui, abituati alla comodità, si sono adagiati come lucertole al sole e hanno deciso autonomamente (scusate, ma non sono fan delle teorie della cospirazione globale, anche se sono consapevole del fatto che il sistema consumistico abbia imposto modelli, trovando, però, mani tese verso essi) di non voler vedere che non si può più essere comodi? E quelli che dietro uno schermo passano le giornate sulla rete a prendersela con queste persone, come se fossero la causa di tutti i mali del mondo, perché non cercano nuove armi per combattere? Perché non c’è reazione se davvero sono così indignati? Io mi aspetterei una reazione da gente così virtualmente sconvolta dal triste tramonto della cultura nell’Occidente. Vorrei fuoco, ma vedo scintille. E’ tanto difficile, ripeto, se davvero si è così indignati, “comprare forconi”?

Ma, soprattutto, vorrei chiedervi: in Spagna le persone scendono arrabbiate in piazza perché in quel paese non è venduto l’iPhone5? Insomma, siate seri.

Questione di Fides

Mai come di questi tempi la realtà politica ci appare così nemica, così distante e irraggiungibile. Ogni giorno al telegiornale passano notizie dove le parole “corruzione”, “malgoverno” sono ripetute quasi ossessivamente e il telespettatore guarda, ascolta, rielabora e manda giù il boccone amaro. Sì, perché quella politica sembra così irraggiungibile per il cittadino comune che protestare appare inutile. Oggi in quasi tutte le case italiane vige la parola “rassegnazione”. Rassegnazione al fatto che tanto i politici sono tutti uguali, tanto non cambia, e se cambia, la corruzione tornerà sempre. Lo Stato viene visto come un oppressore più che come un protettore, gli organi dello Stato con i loro membri, non ne parliamo!

Ma che cos’è uno Stato? Non so se ve lo siate mai chiesti, ma posso assicurarvi che i pensatori che hanno provato a dare una risposta a questa domanda sono tantissimi. Nonostante questo, una definizione accettata da tutti non è ancora stata trovata. Io vi offro quella più completa e più citata nei libri di scienze giuridiche e politiche:

«[…] lo stato è quella comunità umana la quale, nell’ambito di un determinato territorio […] pretende per sé [con successo] il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica. Infatti l’aspetto specifico dell’epoca moderna è costituito dal fatto che il
diritto all’esercizio della forza fisica viene attribuito a tutti gli altri gruppi o individui singoli soltanto nei limiti in cui lo stato lo ammette in mano loro: lo stato vale come unica fonte del “diritto” all’uso della forza»

Max Weber, Economia e Società, 1922

Perché questo organismo è visto così opprimente oggi? Secondo il mio modestissimo parere, la ragione è da trovare nelle parole “nell’ambito di un determinato territorio”, perché nell’epoca della globalizzazione “determinato territorio” è di per sé opprimente. La globalizzazione però sembra, ahimé, non arrestarsi. Soprattutto il mercato globale richiede apertura, mentre lo Stato nasce come protezione interna dei cittadini. I funzionari dello Stato sembrano più interessati a privilegiare questioni internazionali o, ancora peggio, privati, dimenticandosi dei propri cittadini. Il mondo ci vuole aperti, liberisti e globalizzati, ma qualcosa bisognerà pur sacrificare per omologarci e la prima cosa che si sacrifica sono sempre le tradizioni. Nel tempo è venuto a mancare qualcosa, sia da parte dei politici, ma anche da parte dei cittadini. Se devi essere fedele davanti al mondo intero, ti dimenticherai di esserlo verso qualcosa di più ristretto.

L’Italia è stata patria di un impero potentissimo che sebbene non avesse tutti i diritti fondamentali tanto cari alla modernità, aveva qualcosa che noi abbiamo irrimediabilmente perso. I romani conoscevano molto bene qualcosa che si chiamava Fides. Questa bellissima parola, che significa “lealtà”, “fiducia” era addirittura una divinità e vennero eretti templi in suo onore. All’interno di questi edifici erano nascosti documenti segreti della cosa pubblica e che servivano all’amministrazione dell’impero; erano un po’ come i nostri archivi di Stato, ma a differenza nostra, avevano un’origine divina. La Fides tutelava i contratti fra i cittadini, era alla base di leggi e accordi, esprimeva il sentimento del dovere, della lealtà e del pieno rispetto all’autorità superiore. Fides era la base divina della Res Publica e chi veniva meno ad essa era visto come il peggiore dei traditori. Non c’era disonore peggiore che disprezzare il fondamento della propria patria. Il popolo non chiedeva altro al proprio re e al proprio imperatore: solo lealtà.

Se al telegiornale sentiamo di evasori, finti invalidi, politici che si appropriano di soldi dei cittadini, sindaci che mandano in dissesto la loro città, non c’è da stupirsi. Manca quel sentimento di lealtà nei confronti degli accordi e nei confronti dello Stato, semplicemente perché la modernità ha sostituito la parola “fiducia” con l’espressione “interesse privato”. Nessuno si preoccupa più della salute del proprio Stato, nonostante sia qualcosa di fondamentale per l’uomo che vive in società. Recuperare una “Fides moderna” significa agire sapendo di essere tutelati da chi non rispetta i patti, significa sapere che questa persona sarà ricoperta di disonore e non semplicemente che dopo aver fregato il Suo Stato finirà tre mesi in prigione e poi andrà in un convento. Ma questa antica divinità deve essere riscoperta a partire dal basso, piano piano, prima nel proprio condominio, poi nel quartiere, poi nella città… fino a salire ai vertici dello Stato. La modernità e l’individualismo ci hanno tolto la fiducia comunitaria e l’unico accordo che riusciamo a stabilire, ormai, è quello a base monetaria. Riscoprire la lealtà verso gli altri porterà piano piano a ritrovarla anche nello Stato, basterebbe ricordarsi, ogni tanto, che c’è molto altro oltre all’interesse individuale.

Se non ce ne accorgeremo e tutto questo andrà avanti, taglieranno la testa a Leviathan prima o poi, e noi neanche ce ne accorgeremo.

O Eros! ti ho cercato tutta l’estate e non ti ho trovato

Se c’è una cosa che mi rende particolarmente felice (ma credo renda felice molta gente) è vedere che le tesi che sostengo riguardo ad un argomento vengano poi in parte confermate dalla realtà delle cose. Quando ho pubblicato il mio ultimo post sul blog, l’estate non era ancora arrivata ufficialmente, il clima era ancora abbastanza primaverile e il pensiero delle vacanze per molte persone era lontano. Allo stesso modo non potevo neanche lontanamente immaginare quale sarebbe stato il libro più letto dell’estate 2012, ma ben presto la risposta è arrivata.

Neanche a farlo apposta, il mio ultimo post sul blog, prima della pausa estiva, parlava (molto sommariamente) dell’atteggiamento che ha assunto l’uomo moderno nei confronti dell’erotismo e in particolare sul fatto che le donne di oggi siano diventate molto scontate e lontane dal suscitare pensieri “ardenti” nell’uomo che spesso si ritrova ad avere una sorta di crisi della virilità, perché la donna che vuole conquistare è diventata tristemente sterile e sempre più mascolina. Il fine del sesso di oggi è l’orgasmo e, proprio esagerando, i figli.

Ma passiamo al succo del discorso, per non annoiarvi in inutili premesse. Un giorno entro in libreria e trovo uno stand enorme con decine di copie di una saga di tre libri che iniziano con “Cinquanta sfumature di…” seguito da un colore random. A quanto pare sembrava proprio che mi trovassi di fronte alla lettura cool dell’estate, perché ben presto mi resi conto che tutti e tre i libri erano in vetta alle classifiche delle librerie online, che c’erano pagine e pagine di articoli su giornali online e su blog e che se nell’estate 2012 volevi guadagnarti lo status di donna moderna, dovevi possedere quel Santo Graal dell’erotismo.

Ora, io non voglio recensire il libro, perché non l’ho letto. E voi potreste chiedermi: “E perché mai dovresti parlare di qualcosa che non conosci minimamente?”. E io dovrei darvi completamente ragione, perché sono la prima a pensare che non si parla di quello che non si conosce. Quello che voglio fare io invece è parlarvi dell’autrice, perché se ognuno dei suoi libri costa 14,95€ (e lo dico con un libro di Goethe sulla scrivania pagato 2,95€, cercate di capirmi, non è per fare l’intellettuale), per fortuna le informazioni su di lei sono reperibili gratuitamente. Se penso ad un romanzo erotico, penso ad una donna affascinante, libertina, ma senza rimorsi, un po’ fatale e che faccia incantare ogni tipo di uomo che si trova di fronte; me la immagino ovviamente libera da ogni vincolo sociale e matrimoniale, appassionata, semi-eroica, che non accetta conformismi e che dice il suo “no” allo stile di vita della donna medio-borghese. Potrei ancora accettare la donna sposata e con figli, ma che mi faccia comunque emozionare raccontando storie vissute da altri o da lei stessa in passato. Insomma, non è per fare la lista della spesa, ma voglio che sia ben chiaro chi per me può scrivere libri erotici ed essere nello stesso tempo una donna, anche perché sono dell’idea che gli uomini partano avvantaggiati nella stesura di libri di questo genere. Gli uomini sanno dire di “no” al conformismo più facilmente e accettano la loro condizione di “libertino ribelle” fino in fondo senza ritorno alle origini e senza rimorsi, naturalmente.

L’autrice di questo libro, tale E. L. James (pseudonimo di Erika Leonard, ma il suo vero cognome è Mitchell) ha una biografia che con lo stile erotico ci azzecca veramente poco. Probabilmente se domani mi illuminasse l’idea di diventare scrittrice di libelli erotici sarei molto meno fuori luogo della Signora sopra citata. Classe 1963, sposata da molti anni e con due figli. Sogna da sempre di fare la scrittrice e di pubblicare libri a portata di molti, ma ci rinuncia per diverso tempo poiché preferisce fare la mamma e la moglie a tempo pieno. Ben presto, però, si lancia e scrive una fanfiction (una sorta di rielaborazione di un libro fatta da un fan che riutilizza i personaggi originali) di Twilight (!). A questo punto, per i miei gusti, siamo già usciti fuori da ogni possibile ambizione di diventare scrittrice di libri erotici, mentre potrei ancora accettare un ritorno all’Harmony, molto stile anni ’90. Mi spingo oltre e guardo alcune sue foto. Sinceramente non è l’aspetto fisico che mi interessa, ma lo sguardo, l’atteggiamento da donna sensuale, che può permettersi d’incantare uomini su uomini (e magari anche donne) solo guardandoli. Ebbene, la cosa più “trasgressiva” di questa donna di mezz’età, casalinga e con un’ambizione troppo esagerata è il rossetto rosso che indossa. Cercando ostinatamente, ho trovato anche una foto dove regge ammiccante un paio di manette. Grottesca.

Con queste poche notizie biografiche mi sono convinta che una donna tale può scrivere tutti i libri che vuole, ci mancherebbe, ma deve stare lontanissima dal genere erotico, semplicemente perché, a parer mio, non ha le carte in regola per avvicinarsi a questo genere.

Osservando la lettrice media, poi, ho avuto le mie conferme sul triste tramonto dell’erotismo nel mondo moderno e occidentale. Ragioniamo: dobbiamo davvero farci dire da una casalinga disperata che il top dell’erotismo è farsi dominare da un self-made millionaire pieno di turbe sessuali? La mia risposta trova pieno appoggio in una frase di Herbert Marcuse:

La differenza tra erotismo e pornografia è la differenza tra il sesso celebrativo e quello masturbatorio.

Eros e civiltà, 1955

Invettiva contro il sesso borghese

Il sesso è la “più grande forza magica della natura”; vi agisce un impulso che adombra il mistero dell’uno, anche quando quasi tutto, nelle relazioni fra uomo e donna, si degrada in abbracciamenti animali, si sfalda e si disperde in sentimentalismi fiacchi e idealizzanti o nel regime addomesticato dei connubi coniugali socialmente autorizzati.

Julius Evola,  “La Metafisica del Sesso”, 1958

La nostra epoca è piena di paradossi e a mio avviso uno dei più grandi riguarda proprio il mondo del sesso e della pratica erotica: sappiamo tutto su Eros, ma sempre più spesso ci è difficile coglierlo nella sua vera natura, anzi, quasi sempre questo accade. Ma chi è questo famoso Eros? Com’è nato? Perché oggi sembra volato via, capricciosamente, dalle nostre vite?

Eros nasce nello stesso luogo in cui è nata la cultura Occidentale e non c’è da stupirsene. Presso gli antichi greci, esso non è sempre stato una divinità, ma era una forza misteriosa che spingeva due corpi ad attrarsi, senza concedere loro il minimo controllo. Poteva portare alla perdita della ragione o addirittura alla distruzione stessa degli amanti. Nel corso del tempo diventa il famoso Dio-fanciullo che noi tutti conosciamo e che combina guai irrimediabili. La sua potenza era primordiale. Insomma, se Eros ti trovava era la fine, la fine della razionalità. Era la perdita totale della ragione in cui tutto ciò che di primordiale albergava nelle nostre anime, usciva fuori, per rivolgersi in direzione di un altro corpo, quello dell’amato.

Non bisogna ingannarsi che quello fosse un sentimento egoistico, perché come dice il sociologo tedesco Georg Simmel, all’interno del suo “Frammenti postumi sull’Amore”, l’amore è l’unico sentimento che unisce l’egoismo all’altruismo, considerando che in noi esiste un eterno rivolgersi a noi stessi, ma soprattutto all’altro, per fonderci con lui, formando un’unica entità. Parole stupende quelle di Simmel, parole che oggi mi sembrano troppo lontane da noi. Per molto tempo l’amore è stato un sentimento aristocratico. Non parlo qui del riferimento alla nobiltà, ma più che altro all’atteggiamento spirituale dei “migliori”, di quelli che percepiscono l’esistenza e la plasmano con i propri valori che non derivano da dogmi precostituiti, di quelli che non si accontentano di esistere, di quelli che sono sì nobili, ma nell’animo. L’amore era considerato come un sentimento talmente potente da riuscire a traboccare e sfociare nella trascendenza: l’uomo, attraverso il corpo della donna si ricongiungeva con il divino, e viceversa. La perdita della ragione è l’unico modo per comprendere il divino, per incamerarlo nel proprio spazio vitale, perché la ragione gli è di ostacolo nonostante esso sia dentro di noi.

Il trionfo della borghesia, che tanto piace ai libri di storia, non riguarda solo l’economia o la società o la politica, ma riguarda anche il sesso. I valori borghesi, fortemente impregnati di cristianesimo (nelle sue due accezioni, cattolica e protestante) hanno visto nel sesso il peggiore dei peccati, il peggiore degli atti impuri e l’hanno castigato per secoli e secoli, producendo l’effetto indesiderato: come quando ad un bambino si dice di non fare una tal cosa e il bambino la fa lo stesso, solo perché sa che non deve farla e non perché voglia realmente farla. I valori borghesi, paradossalmente, hanno distrutto la trascendenza dell’atto sessuale e l’hanno trasformato in puro atto fisiologico, poiché essi lo vedono come peccato che può consumarsi solo nella sfera matrimoniale e che ha come fine la procreazione. Niente di più, niente di meno.

Il sesso è diventato una clausola matrimoniale e nel matrimonio (soprattutto quello Cristiano), a parer mio, all’amore vengono letteralmente spezzate le ali. L’uomo vede la donna come mero oggetto sessuale per perseguire i suoi fini (per primo quello del piacere e subito dopo quello della procreazione), questa volta solo egoistici. La donna giustamente si è adeguata, perdendo quell’aura di armoniosa femminilità, quel quid che scatenava nell’uomo pensieri più alti e non solo infimi ed immediati. Questa donna di oggi è diventata talmente accessibile, talmente facile da far cedere, che l’uomo rimpiange l’ardore con cui i trobadori cantavano quelle donne “semi-divine” che avevano in sé un po’ del trascendente e un po’ dell’immanente. Il cristianesimo e i suoi valori opprimenti hanno allontanato l’uomo dal divino, invece che avvicinarlo. Hanno trasformato quello che non era un peccato, in un vero e proprio peccato contro la propria spiritualità.

Non è forse meglio mettere da parte l’idea che il progresso (con tutti i suoi figli moderni e borghesi) sia la migliore delle soluzioni e accorgersi che, ancora una volta, dal nostro passato e dalle nostre radici non abbiamo che da imparare? Questo è un esercizio da fare per noi stessi, per la spiritualità che oggi è diventata uno sconfinato deserto arido.