Quando la tragedia corre sui social network

Ci risiamo. Oggi, 19 maggio 2012 è successo di nuovo. I telegiornali, i radiogiornali, le news su internet ci parlano ancora di tragedia. A Brindisi una ragazza giovanissima è morta a causa di un ordigno esploso accanto a lei, altri sette sono rimasti feriti. La colpa sembra di nuovo della mafia o sacra corona unita. Il nome non è molto importante. Poco dopo aver appreso la notizia mi accorgo, invece, di cosa è importante per le altre persone, una particolare categoria di persone: il popolo dei social network.

Apro Facebook, gli stati delle persone non mi lasciano dubbi. Tutti sanno e vogliono far sapere che sanno. Scorro la pagina e trovo citazioni, frasi fatte, invettive, le solite accuse contro lo Stato che non è capace di nulla, che non è abbastanza per nessuno. Il malessere è generale. Quegli stati, che fino a poco prima parlavano di programmi per la giornata, di sciocchezze, di pezzi di vita dati in pasto ad un social network, ora, parlano da avvocati delle vittime della mafia, come se la mafia fosse solo ora e solo a Brindisi.

Ma non mi arrendo, scorro ancora. Trovo una foto, personale, della ragazza rimasta uccisa. Una foto personale presa direttamente dal suo profilo di Facebook. Una foto personale dove il suo fidanzato aveva commentato con un cuore. Una foto personale in cui lei si trovava abbastanza carina da mettere online. Una foto personale. Ho già detto che è una foto personale? Ora non lo è più. Ora è in pasto agli utenti-avvoltoi di Facebook.

Chiudo Facebook e qualcosa mi spinge ad aprire Twitter. Mi chiedo: fino a dove si spingeranno le persone? Dieci secondi, tempo che il server si avvii e ho la risposta. L’ashtag non lascia spazio a nessun dubbio. Ieri dominava #mistero, #giornatacontrolomofobia. Oggi è #Brindisi. E di nuovo: frasi fatte, citazioni, semicitazioni, allusioni, la colpa allo Stato che non è mai abbastanza. Lo Stato che perde sempre allo sguardo del popolo famelico dei social network. Un popolo che oggi si ricorda che c’è la mafia, perché i social network sono così. Se Andy Warhol fosse vivo, direbbe di aver trovato lo strumento ideale per rendere famoso qualcuno per almeno 15 minuti.

In cuor mio, spero una cosa. Anzi, desidero ardentemente, come essere umano, che sia così. Desidero che quegli stati e quei tweet non siano stati ideati, copiati e incollati o scritti per avere qualche soddisfazione personale nel vedere lo stato che si gonfia di “mi piace” o nel farsi retweettare da qualche BIG del social con il cinguettante uccellino. Desidero che siano sentiti dentro all’animo.

Il social network, oggi, come talent scout della tragedia più saporita. Ieri era Donna Summer, lo spread, la Grecia, Hollande, Michael Jackson, oggi è una sedicenne, e domani?

Il domani lo decideranno sempre i social network. E a forza di decidere di cosa cibarci dentro ad un social network, il social network si ciba di noi e della realtà che ci attornia.

Bè, saluti.

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